Don Davide: saluti di settembre

MAPANDA – 21 settembre 2014

Carissimo don Luciano e carissimi fratelli dell’Arcoveggio, come avevo promesso di quando in quando mi faccio vivo, approfittando dei momenti salienti del cammino parrocchiale, come quello della festa del Santo Patrono San Girolamo. Spero proprio che queste parole vi giungano al momento giusto, nel pieno della festa, per rendere ancor più percepibile la mia comunione con voi.

Vi immagino tutti presi dai preparativi, mi auguro non solo materiali, per rendere la parrocchia di San Girolamo una casa splendente e accogliente per tutti coloro che si avvicineranno, bambini, giovani, famiglie, anziani, in quel panorama variopinto tipico del vostro territorio.

Come mi piacerebbe raggiungere con questo semplice saluto tutta questa bella gente, molti dei quali ricordo con grande stima e affetto. Da straniero quale sono in questo paese che mi ospita, mi permetto di raccomandarvi in modo speciale i tanti stranieri che vivono in mezzo a voi, spesso con tante difficoltà. Sapete, in Kiswahili “straniero” si dice “mgeni” (leggi “mgheni”); lo stesso vocabolo traduce anche la parola “ospite”. Bello, no?

E qui mi aggancio per raccontarvi brevemente qualcosa di me, in questo nuovo mondo che mi si sta spalancando a poco a poco, dove tutti fanno a gara per ospitarmi, con un’accoglienza sovrabbondante, a volte perfino faticosa perché tende a pormi su un piedistallo, mentre a me piacerebbe stare semplicemente in mezzo agli altri, senza troppi onori. Insomma, sta iniziando il lungo cammino per trasformarmi da ospite ad amico, da Padre a fratello.

Riguardo alle notizie concrete, dopo aver trascorso cinque mesi presso i fratelli di Sammartini (una comunità religiosa bolognese presente a Mapanda da tanti anni), durante i quali ho sostanzialmente studiato la lingua, ora abito da poche settimane in parrocchia, insieme al nuovo parroco, Padre Enrico e a Padre Guido, che resterà fino a Natale prossimo, poi rientrerà in Italia definitivamente. Rimarremo così in due a servire gli otto villaggi della parrocchia di Mapanda.

Per quel che riguarda la lingua, diciamo che il bambino appena nato sta cominciando a balbettare qualcosa. Questo della lingua è’ ancora il mio problema principale e determina ogni altra attività, come potete facilmente immaginare.

Pochi giorni prima della mia partenza dall’Italia, incontrando i ragazzi delle parrocchie di zona, mi fu fatta la domanda: “Cosa vai a fare in Africa?” e io risposi candidamente: “il prete”. Già, ma cosa vuol dire fare il prete qui? Vi racconto un episodio: durante il corso di Kiswahili avevo tre volte a settimana l’ora di conversazione e un catechista veniva a “conversare” con me, tentando di stimolarmi a parlare su vari argomenti, per sciogliere nella mia testa i meccanismi della lingua e allargarmi il vocabolario. L’ultimo incontro che feci con lui lo ricorderò sempre. Mi chiese: “Adesso che andrai in parrocchia quali saranno i tuoi lavori di prete?” Io iniziai un elenco abbastanza prevedibile: Celebrare la messa, confessare, predicare la Parola di Dio… ogni volta che mi fermavo il catechista mi diceva: “Bado!” che vuol dire: “E ancora?” Io riprendevo: incontrare i responsabili dei villaggi, fare catechesi… “Bado!” Benedire le case, andare a trovare gli ammalati, gestire la carità verso i poveri… “Bado”… A un certo punto mi sono trovato senza più idee, mentre era sempre più chiaro che lui attendeva quella che riteneva essere la cosa più ovvia, basilare e quindi più importante. Gli dissi che non mi veniva più in mente niente. Lui mi guardò meravigliato e mi disse: “Hasa utapaswa kusikiliza”: “Prima di tutto dovrai ascoltare!” Questo catechista, come tutti qui, non è un filosofo o un insegnante, è un normale agricoltore, sa tutto sul mais, sui fagioli e sui semi di eucaliptus: il suo non fu un discorso retorico, mi disse quello che nella sua esperienza è il prete: colui che ascolta e che determina il suo tempo, le sue scelte quotidiane, il programma giornaliero in base a quello che ha ascoltato. Da quando sono arrivato in parrocchia mi sono accorto che le cose stanno proprio così. Qui non esiste programma, o se esiste è fatto per essere puntualmente cambiato, perché l’essenziale del nostro lavoro pastorale risiede in quello che non sappiamo e che qualcuno sta per venirci a rivelare con una domanda, una richiesta, un racconto, una condivisione, un pianto, una preoccupazione. Diverso dall’Italia? Da Bologna? Dall’Arcoveggio? Probabilmente no, almeno nei principi, qui avverto questo primato in maniera più urgente. E poi cambia la concretezza della vita: per esempio se ci telefonano la sera per accompagnare un malato o una donna incinta all’ospedale di Usokami significa almeno tre ore tra viaggio di andata e di ritorno, più tutte le varie ed eventuali del caso, come il classico camion bloccato in mezzo alla strada che non permette di proseguire, o l’altrettanto classica gomma bucata che fa ritardare di almeno mezz’ora. Ascoltare, da queste parti, è un’azione dal peso specifico molto elevato, porta con sé conseguenze immediate importanti.

Ecco allora quello che sto cercando di imparare: l’ascolto. Mi sto scoprendo un cattivo ascoltatore e spero, con la vostra preghiera, di cogliere al volo l’occasione che questo nuovo mondo mi offre. Effettivamente l’Africa per me è soprattutto maestra di ascolto: ascolto per provare a capire qualche parola; ascolto di una cultura che non mi appartiene ma che mi affascina; ascolto di me stesso, perché qui c’è tempo e silenzio per farlo; ascolto della voce di Dio che mi parla, perché qui, per grazia ricevuta, ho trovato un popolo che si impegna molto a crescere sulla Parola di Dio, attraverso la lectio continua e la condivisione fraterna.

Ecco, vi ho raccontato quello che sto vivendo, o almeno quello che si può raccontare per iscritto, per chi volesse capire di più il grande dono della missione di Mapanda, Karibu sana! Benvenuto a Mapanda per qualche tempo di ascolto. E il mio invito è serio, non così per dire!

Vorrei ora approfittare di questa lettera per rendervi edotti, finalmente, sull’ammontare del denaro raccolto per la missione in occasione della mia partenza e sulla sua destinazione.

Sto parlando dei soldi raccolti specificatamente per la missione, perché molti di voi hanno dato anche per me personalmente.

La cifra raccolta è di € 6.905, proviene in gran parte da voi dell’Arcoveggio e da alcuni parrocchiani di San Cristoforo, il resto arriva dai miei parenti, amici di famiglia e amici personali. È tantissimo, grazie davvero.

Per adesso tale cifra non è stata ancora utilizzata. Entrato in parrocchia mi sono confrontato con P. Enrico e P. Guido e si è deciso che essa sarà utilizzata in gran parte per la costruzione dell’asilo parrocchiale, che è necessario poiché l’attuale struttura in cui i bambini si trovano ogni giorno è fatiscente, una capanna di fango un po’ più grande delle altre senza vetri  alle finestre (e a Mapanda è freddo), senza banchi e troppo piccola per fare stare dentro tutti i bambini. La costruzione del nuovo asilo è prevista per il prossimo anno e sarà vicina alla casa parrocchiale, a differenza di quello attuale.

Una parte più piccola di questa somma di denaro servirà per creare una cassa caritas dei preti: ogni villaggio ha già la sua cassa caritas per far fronte alle situazioni di bisogno; ma si tratta di somme molto ridotte (a noi sembrerebbero ridicole). Spesso capitano situazioni particolari per le quali la caritas del villaggio non riesce a farsi carico, per esempio una persona gravemente malata che ha bisogno di cure continue e di medicinali costosi, oppure un giovane meritevole che vogliamo aiutare negli studi. Così abbiamo deciso di costituire questa cassa dei preti, gestita personalmente da noi. Queste sono dunque le due destinazioni della vostra carità. Ancora grazie.

Cari amici, ora vi saluto e vi auguro non semplicemente una buona festa, ma una festa che lasci il segno, che sia trampolino di lancio, esperienza di comunione, nostalgia di cose belle per chi si è un po’ allontanato, richiamo di gioia per chi non conosce la chiesa, testimonianza di un rapporto reale e vivo col Signore.

Con affetto.

Don Davide

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