E uno!

Don Davide ZangariniMAPANDA – 5 febbraio 2015

Tempo fa ho letto un libro regalatomi da una persona amica, che parlava di un popolo, una tribù che sarebbe ancora esistente in luoghi lontani da ogni forma di vita globalizzata e di “progresso”, secondo i nostri canoni. Questo popolo vivrebbe ancora in pieno secondo la sua cultura e tradizione, attingendo ad una saggezza tramandata nei secoli, a noi sconosciuta. La scrittrice narrerebbe la sua esperienza di alcuni mesi di condivisione della vita con loro, consegnando ai lettori un modo totalmente nuovo di concepire l’esistenza su questa terra.
Cito questo libro perché ricordo che fui profondamente colpito da molte cose, e fra queste eccone una: la scrittrice fece loro una domanda, se avessero l’uso di celebrare ricorrenze, memorie, feste, sia religiose che civili, come avviene nel resto del mondo. Le fu risposto: perché celebrare feste, perché fingere che certi giorni dell’anno siano diversi dagli altri, solo perché cadono in una certa data, un numero che abbiamo deciso noi? Certo anche noi celebriamo la festa, ma non in occasione di date stabilite a priori, piuttosto allor quando avviene qualcosa degno di essere festeggiato: la nascita di un bambino, il superamento di una prova difficile, l’ingresso nella vita adulta e ogni altro vero passaggio di vita. Noi festeggiamo la vita, il presente.

Il mio pensiero è tornato a questa riflessione, nel giorno in cui ricorre un anno esatto dal mio arrivo qui a Mapanda. Trecentosessantacinque giorni trascorsi in questo pezzo di mondo lontano dal mio ambiente d’origine.
C’è qualcosa da celebrare oggi? Qualcosa da festeggiare? La risposta è sì, se quei trecentosessantacinque giorni sono altrettanti passi in avanti, altrettante sfide raccolte, battaglie combattute, anche se non sempre vinte, ma almeno combattute, non schivate. Festeggerò con voi, amici di casa, compagni di vita e di fede, se potrò guardare a questo tempo vissuto e riuscire a vedere il viaggio interiore che ho compiuto, dal giorno in cui ho messo piede su quell’aereo fino ad oggi.

Riguardando, dunque, a questo viaggio, a questi trecentosessantacinque colpi d’ala nel desiderio di spiccare il volo davvero e di mantenere l’alta quota, cosa vedo? Eccomi davanti ad un compito improbabile, quello di narrare in poche parole l’anno più rocambolesco della mia vita.
Ciò che forse accomuna i passaggi di vita di questi mesi, dalle prime settimane di rodaggio, ai cinque mesi presso i fratelli di Sammartini per studiare la lingua, all’entrata a pieno titolo in parrocchia, alle graduali responsabilità pastorali che mi vengono consegnate, è la crescente consapevolezza che è proprio vero quello che mio babbo mi diceva quando ero piccolo (prendendolo in prestito dal suo amico Socrate): “io so soltanto una cosa, di non sapere niente”. Ecco, più procedo per questo sentiero e più mi sento scolaro, più salgo questa montagna e più il panorama si ingigantisce e percepisco chiaramente di non saperlo abbracciare come vorrei. Io non so niente! Prima, laggiù a valle, non riuscivo a vederlo, ora sto salendo ed è più chiaro: chi arriva lassù riesce finalmente a contemplare chiaramente quanto la realtà sia immensa e noi così piccini.

Ma la festa vera sta nel fatto che ogni giorno ho potuto constatare una semplice e bellissima verità: questo mio niente è incessantemente visitato da Dio. Egli lo ama e lo innalza, proprio come dice Maria nel suo cantico di lode a Dio: “Egli ha guardato il mio niente”.
Non sono d’accordo fino in fondo con quanto leggevo in quel libro di cui ho parlato all’inizio: nel senso che noi cristiani celebriamo e festeggiamo soprattutto quello che Dio ha compiuto per noi… per noi! Anche quando non lo meritavamo. Celebriamo la sua nascita, il dono della sua vita sulla croce, il suo passaggio nel regno della vita che non muore, il dono dello Spirito.
Questo volevo semplicemente comunicarvi, cari amici dell’Arcoveggio e tutti voi che leggete: non ho dubbi, l’anno trascorso cammina su una pista che è tracciata dal Signore; se a volte ho presuntuosamente deviato per strade mie, Lui me l’ha subito ritracciata, l’ha ricalcolata come un navigatore di quelli che funzionano. Ha misteriosamente reso persino i fuoristrada, delle occasioni di crescita spirituale. Certi giorni tutto viene faticoso, ma non mi abbandona mai una certezza: il Signore mi vuole qui. E così ogni cosa, pur rimanendo difficile e dura, si fa lieta.
So per certo che questa grazia viene dalle preghiere di tanti di voi, preghiere generate dalla fede, ma anche dall’affetto che ci lega.

Allora come posso descrivere questo anno? Prendo a prestito il vangelo che si leggerà domenica prossima, a proposito della guarigione della suocera di Simone.

“Subito le parlarono di lei”: la gente di casa non lo sa ancora, ma si tratta di una preghiera. Forse non ancora la fede, ma certo le viscere di affetto per quella persona cara, muovono Gesù verso quel letto. Una preghiera carica di questa umanità sento che continua a bussare alla porta del cielo per me, anzi apre la porta a Gesù che entra indirizzandolo a quel letto di impotenza. Per questo vi dico “grazie”.

“Egli, accostatosi”: Gesù mi si è fatto vicino attraverso la sua Parola, che anche grazie ai ritmi di vita che abbiamo qui può risuonare in forma abbondate, e soprattutto sta diventando sempre più la “cosa seria” della vita, quella che determina i criteri di fondo di ogni piccola scelta quotidiana. Mi si è fatto vicino attraverso la presenza discreta di alcuni uomini e donne che, senza ostentarlo, mi stanno insegnando molto, mi stanno accompagnando ad afferrare la vita in una maggiore semplicità.
Fra questa gente potrei contare tanti missionari nei miei confronti, tanti buoni samaritani che si accostano a me con delicatezza e amore. Pensavo di essere io il missionario fra questa gente, spesso constato il contrario.

“la sollevò prendendola per mano”: penso soprattutto ai bambini, in particolare alcuni di loro, che hanno in tante occasioni sollevato il mio sguardo dalle cose superficiali, dai problemi che sono così bravo a crearmi, da quelle che spesso chiamiamo “cose da grandi”, tremendamente importanti…
I bambini, qui, così adulti per certi aspetti, perché abituati fin da piccoli al lavoro, anche quello duro dei campi, alle privazioni e alla responsabilità, eppure sempre bambini, capaci di vedere quel che noi non vediamo. Se li lasci fare sanno essere veri maestri, nel senso che sanno introdurti in una realtà più grande e più vera, che loro conoscono e noi no.

“La febbre la lasciò ed essa si mise a servirli”: ed è così che mi sto finalmente incamminando nella via del servizio. “Servizio”, parola abusata, senza accorgerci che ce ne sta sfuggendo il significato, tratteniamo solo un risvolto materiale che lasciato a se stesso potrebbe risultare l’affanno di Marta, rimproverato da Gesù come sterile, perché privo dell’unica cosa necessaria.
Solo l’energia infusa da Gesù a quella donna allettata la rende capace di servire: il servizio è il frutto del miracolo e solo un miracolo ci rende capaci di servire. Penso a ciò che è successo oggi: per la seconda volta mi sono recato presso una jumuiya ndogondogo (una comunità di base del villaggio di Mapanda) per partecipare con loro alla lettura delle Sacre Scritture e per dare qualche dritta in materia, nella certezza che mi è stato affidato questo servizio: “guai a me se non predicassi il Vangelo!” Non si pensi a discorsi altolocati: parlo a gente di montagna che per tutta la vita ha zappato, seminato, coltivato e raccolto, tutto rigorosamente a mano, alla quale occorre provare a dire: “quand’è che vi decidete a comprarvi una Bibbia? Per provare a leggere ogni giorno un brano del Vangelo…”. Eppure vi assicuro che certi loro interventi fanno accapponare la pelle, c’è dietro una sapienza non costruita sui libri, ma sulla vita. Servizio, oggi, consisteva nell’accogliere e far risaltare quella sapienza semplice.
Penso anche a quella donna a cui ho portato la comunione dopo la messa nel villaggio di Igeleke, nella sua casetta, circondata da familiari e dai suoi piccoli figlioli. Tumore allo stomaco. Dopo anni al Villa Erbosa riconosco quello sguardo, identico, fra i tratti certamente diversi di un volto africano. Non c’era, su quel letto di stuoia, una sacca con del liquido per la nutrizione e neppure il contagocce per la morfina, né un’infermiera pronta a intervenire. Non ricordo nemmeno che ci fosse un cuscino sotto la testa. C’era però il calore di una casa, non importa se di fango. Non oso fare confronti, ma mi sono chiesto se all’interno di questo mio nuovo ministero non sia chiamato a raccogliere in modo nuovo la sfida della malattia, come ascolto profondo di un grido che ha commosso il cuore di Gesù. Servizio… piedi da lavare e da lasciarsi lavare… Signore insegnamelo ancora, dammi ancora l’esempio, come in quella sera nella sala superiore di una casa a Gerusalemme.

Cari amici, questa volta mi rendo conto di non aver scritto una lettera, ma un’accozzaglia di pensieri buttati giù al volo. Li condivido con voi, non so fare di meglio, ma spero che questo serva come invito a condividere i vostri pensieri, le vostre ricerche, i vostri viaggi interiori, i vostri traguardi con me, quando vi capita di aprire la posta elettronica e vi avanza qualche minuto. Come sempre non prometto una risposta immediata – il lavoro pastorale sta gradualmente intensificandosi – ma certo mi farà tanto piacere poter custodire la quotidianità del nostro rapporto.

Ora devo lasciarvi, ha fatto un po’ tardi e sento gli occhi pesare davanti allo schermo.

Un caloroso abbraccio a tutti voi e il Signore benedica il vostro servizio al Vangelo, in parrocchia, in famiglia, al lavoro, a scuola, per le strade, ovunque.

Don Davide

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